La moneta non piove, entra da una porta

Quando si parla di moneta nuova, la domanda che si prende tutta la scena è quanta se ne crea. Ce n'è una seconda, che si sente molto meno: da dove entra. Eppure è lì che si decide chi guadagna e chi paga. Il meccanismo ha un nome, effetto Cantillon, e una descrizione vecchia di tre secoli.

L'immagine portante, da qui in avanti, è una vasca d'acqua fredda con il rubinetto dell'acqua calda aperto. L'acqua calda non si distribuisce all'istante: chi sta vicino al rubinetto la sente subito, in fondo alla vasca arriva quando ormai è tiepida. Nessun regolamento privilegia un punto della vasca: conta la posizione, e basta. L'osservazione non è nuova: Hayek, per lo stesso punto, parlava di un liquido viscoso come il miele versato in un recipiente, che forma un monticello dove cade e da lì si allarga piano.

C'è anche un esperimento mentale famoso che dice la stessa cosa alla rovescia. Milton Friedman immaginò un elicottero che sgancia banconote su tutta la città, in proporzione uguale per tutti e nello stesso momento. Se la moneta entrasse davvero così, l'effetto di cui parla questo post non esisterebbe. L'elicottero serve proprio a questo, per contrasto: la moneta non entra mai così. Entra da una porta precisa, e da lì si propaga.

Chi era Cantillon

Richard Cantillon era un banchiere irlandese che faceva affari a Parigi nei primi del Settecento. Non era un professore e non scriveva per la carriera: il suo unico libro, l'«Essai sur la nature du commerce en général», girò per anni in copie manoscritte e fu stampato solo nel 1755, una ventina d'anni dopo la sua morte. Un secolo e mezzo più tardi l'economista William Stanley Jevons, riscoprendolo, lo chiamò «la culla dell'economia politica»: il primo trattato che tiene insieme i pezzi, invece di osservarne uno alla volta.

Il punto interessante è da dove viene quel libro. Negli anni in cui Cantillon operava a Parigi, la Francia fece l'esperimento monetario più spericolato dell'epoca: il sistema di John Law. Lo Stato, carico di debiti, affidò a Law una banca che emetteva biglietti di carta e una compagnia che prometteva le ricchezze del Mississippi; i biglietti si moltiplicarono, le azioni decuplicarono in pochi mesi, e per un paio d'anni Parigi visse dentro la prima grande inflazione da carta moneta dell'Occidente moderno. Cantillon la vide da dentro, da banchiere: capì presto dove entrava la moneta nuova e che cosa faceva strada facendo, ci guadagnò, e si tirò fuori prima del crollo.

L'Essai è il distillato di quell'esperienza. Dentro c'è un'osservazione che ai contemporanei sfuggiva, e che in gran parte sfugge ancora: la moneta nuova non cambia i prezzi tutti insieme, li cambia in sequenza, a partire da chi la spende per primo. E non li cambia in proporzione: alcune cose rincarano più di altre, a seconda di chi riceve la moneta e di come la spende. Da questa osservazione prende il nome l'effetto Cantillon, ed è il meccanismo che il resto del post guarda da vicino.

Il meccanismo: prezzi vecchi per i primi, prezzi nuovi per gli ultimi

Un'isola piccola, un centinaio di abitanti, una moneta d'oro che circola da sempre nella stessa quantità. I prezzi sono fermi da anni e tutti li sanno a memoria: una moneta il pane, due il pesce. Per cominciare non serve altro.

Un giorno un contadino, scavando un fosso nel suo campo, trova una vena d'oro affiorante. Estrarla non costa quasi nulla, basta chinarsi. Nel giro di poche settimane ha in casa più monete di quante l'isola ne abbia mai viste in una mano sola. Conviene fermarsi un momento su ciò che non è cambiato: l'isola ha lo stesso pane, lo stesso pesce, le stesse barche e le stesse case del mese prima. È diventata più ricca soltanto di monete.

Il contadino comincia a spendere, e qui sta il primo punto: spende a prezzi vecchi. Il pane costa ancora una moneta, perché il fornaio, della vena d'oro, non sa niente. Sa soltanto che il pane, da qualche giorno, finisce prima di mezzogiorno. Dopo un po' alza il prezzo, e dal suo punto di vista le monete non c'entrano: c'è più domanda, tutto qui.

Con gli incassi cresciuti il fornaio compra più pesce, e il pescatore, che della vena d'oro non sa niente nemmeno lui, dopo un po' alza a sua volta. La moneta nuova passa di mano in mano e i prezzi salgono dove passa, nell'ordine in cui passa. Non c'è nessun annuncio, nessun momento in cui «scatta l'inflazione»: ogni prezzo si alza per una ragione locale, che il suo venditore sa spiegare benissimo.

In fondo alla catena stanno il maestro, pagato con una cifra fissa pattuita anni prima, e la vedova che vive delle monete messe da parte. La moneta nuova non li ha ancora raggiunti, ma i prezzi nuovi li trovano tutti. Le monete nel materasso sono le stesse dell'anno scorso, identiche una per una; comprano meno pane. Nessuno è entrato in casa a prenderle.

Il conto, alla fine, sta in una riga: chi spende per primo compra a prezzi vecchi; chi riceve per ultimo paga prezzi nuovi. Tra il contadino e la vedova, a decidere non è stato quanto ciascuno possedeva: è stato l'ordine in cui la moneta nuova li ha raggiunti.

C'è poi un secondo punto, che si perde quasi sempre: i prezzi non salgono tutti uguali. Salgono prima, e di più, le cose che piacciono a chi spende per primo. Se il contadino ha il debole per il pesce, il pesce rincara prima del pane; se si mette in testa di costruire una casa grande, rincarano le pietre e le giornate dei muratori, e chi doveva solo rifarsi il tetto lo scopre a sue spese. Alla fine del giro il listino dell'isola non è quello vecchio moltiplicato per un numero: è un listino diverso, modellato dai gusti di chi ha speso per primo.

Mesi dopo, ad acque ferme, un contabile di passaggio potrebbe misurare tutto e annunciare che «i prezzi sull'isola sono saliti del venti per cento». Sarebbe vero, e direbbe pochissimo: il numero fotografa l'arrivo, non il viaggio. E la ricchezza ha cambiato di mano durante il viaggio.

L'inflazione come processo, non come livello

Il contabile dell'isola, coi suoi conti fatti ad acque ferme, oggi ha un nome preciso: è l'indice dei prezzi. Un numero solo, la media di un paniere, misurato a intervalli regolari. Per molti usi è un numero utile. Il punto è un altro: una media, per costruzione, cancella le differenze; e qui le differenze sono l'intera storia.

Per questo l'immagine dell'inflazione come tassa uniforme, uguale per tutti, racconta la parte sbagliata. Una tassa uniforme sarebbe quasi una buona notizia: fastidiosa, ma equa. L'inflazione vista da vicino non è un livello che sale: è un processo che attraversa l'economia in un ordine preciso, e finché corre c'è chi spende moneta nuova a prezzi vecchi e chi paga prezzi nuovi con redditi vecchi. Il numero unico arriva a giochi fatti; l'ordine non lo registra nessuno, ed è l'ordine che ha redistribuito.

C'è un'obiezione da prendere sul serio: prima o poi i prezzi si adeguano tutti, i redditi inseguono, e il quadro torna proporzionato. Forse. Ma anche quando succede, il viaggio è già avvenuto: chi ha comprato a prezzi vecchi ha comprato, chi ha aspettato ha pagato, e quegli scambi non si annullano con l'assestamento. Gli economisti la chiamano non-neutralità della moneta nel breve periodo. Detta senza vocabolario: forse la moneta è neutrale quando tutto si è fermato, ma la vita si svolge nel transitorio.

Niente di tutto questo è una scoperta recente; è, alla lettera, il punto di partenza. Già ai tempi di Cantillon si sapeva, e lo aveva scritto Locke, che l'abbondanza di moneta rende ogni cosa più cara. Il rilievo di Cantillon a Locke fu esattamente questo: l'ha visto chiaramente, «ma non ha considerato in che modo». La grande difficoltà, scrisse, sta nel sapere «in che modo e in che proporzione» l'aumento della moneta alza i prezzi. Il modo e la proporzione: il processo, non il livello. Tre secoli dopo la difficoltà è ancora quella, ed è il motivo per cui conviene guardare da quali porte la moneta entra oggi.

Il meccanismo oggi: i canali dell'emissione moderna

Oggi nessun contadino trova vene d'oro nel campo, e la moneta nuova non entra dalla cassa di un tesoriere reale. Entra dal canale finanziario. Il giro, semplificato ma non sbagliato, è questo: la banca centrale crea moneta comprando titoli, a venderglieli sono banche e grandi investitori, e il viaggio comincia da lì, dai bilanci di chi opera sui mercati. Il primo anello della catena non è più chi scava: è chi ha titoli da vendere.

Il caso di scuola è il quantitative easing degli anni dopo il 2008, quando le banche centrali hanno comprato titoli in quantità che prima non si erano mai viste. I prezzi che si sono mossi per primi non sono stati quelli del pane: sono stati i prezzi delle cose che si comprano con la moneta arrivata in quei bilanci, cioè azioni, obbligazioni, immobili. I prezzi al consumo sono arrivati molto dopo, e non dappertutto. Tradotto nell'isola: chi possedeva asset stava vicino al rubinetto, spesso senza saperlo; chi risparmiava in liquidità era in fondo alla vasca.

Il canale finanziario ha però anche un'altra metà, più vicina alla vita di tutti i giorni. La maggior parte della moneta che si usa non nasce in banca centrale: nasce nelle banche private, nel momento in cui concedono un prestito. Quando una banca presta non gira monete che teneva in cassaforte: scrive un deposito nuovo sul conto di chi riceve il prestito, e quel deposito è moneta nuova. Non è una tesi di frangia: lo spiega in questi termini la Bank of England, in un documento del 2014 diventato il riferimento sul tema. Per il nostro filo la conseguenza è diretta: questa moneta entra dove il credito viene concesso, e il credito va a chi offre garanzie, cioè di regola a chi possiede già qualcosa. Una parte grande dei prestiti finanzia immobili, una parte raddoppiata nel corso del Novecento, e infatti quella porta dà spesso sul mercato delle case. Anche qui senza disegno: ogni banca fa il suo mestiere, valuta il rischio, chiede garanzie; ma la somma di quei mestieri decide da quali porte entra la moneta nuova, e sono porte che si aprono più facilmente davanti a chi possiede già.

A questo punto l'obiezione è naturale: e se la moneta si desse direttamente alle persone, a tutti, subito? È l'elicottero di Friedman, e ogni tanto la politica prova davvero a costruirlo. Il tentativo più vicino è della primavera del 2020, quando gli Stati Uniti mandarono un assegno alla gran parte delle famiglie. Anche quell'elicottero atterrò su una pista. Chi aveva le coordinate bancarie registrate al fisco ricevette i soldi a metà aprile; per gli altri partì una coda di assegni di carta, qualche milione a settimana, lunga mesi; in fondo alla coda chi un conto non l'aveva, o non compariva negli archivi del fisco. Il programma gemello per le imprese passò dalle banche, e chi aveva già un rapporto di credito fu servito prima; i fondi corsero più veloci dove il danno era minore. Non serve nessuna malizia per spiegarlo: qualunque distribuzione ha bisogno di un canale, e il canale ha un ordine. Le intenzioni dichiarate contavano poco: l'ordine d'arrivo lo ha deciso la pista, non l'intento.

C'è poi un piano ancora sotto. Quegli assegni erano spesa pubblica, finanziata con titoli di Stato che la banca centrale, in quei mesi, stava comprando in grande quantità. Il lato fiscale imitava l'elicottero; il lato monetario restava il canale di sempre.

Perché non è un incidente: la prossimità come vantaggio strutturale

Resta la parola più scivolosa, quella che in questi discorsi arriva sempre: «voluto». Se significa una stanza in cui qualcuno disegna la redistribuzione a tavolino, la risposta è no, e questo post non ha bisogno di crederci. Ma c'è un senso più freddo, e più solido. Qualunque sistema in cui la moneta si crea a discrezione deve rispondere a due domande: quanta, e da quale porta. Alla seconda non si sfugge: anche non scegliere è una scelta, perché le porte di ieri restano aperte dove stavano. L'effetto Cantillon non è un difetto di fabbricazione che una gestione più attenta possa togliere: è la conseguenza del fatto che una porta, da qualche parte, deve stare.

Voluto, quindi, nel senso in cui è voluta la forma di un edificio: nessuno «vuole» che l'ingresso stia più vicino ad alcuni uffici che ad altri, ma l'ingresso sta dove sta, e chi lavora lì accanto fa meno strada ogni giorno. L'ordine d'arrivo, si è visto, lo decide la pista; qui basta aggiungere che la pista non cambia quando cambiano i piloti. I governi passano, i mandati si riscrivono, le intenzioni dichiarate si aggiornano; la geometria resta. È questo che significa «strutturale»: si possono sostituire tutti gli occupanti con persone migliori, e il vantaggio resta attaccato ai posti, non a chi li occupa.

Da qui un corollario che merita una riga a parte. Il dibattito pubblico sulla moneta è quasi tutto sulla prima domanda: quanta inflazione è tollerabile, se il due per cento è troppo o troppo poco, se si sta facendo abbastanza. La seconda domanda, da dove entra la moneta, non compare quasi mai. Non perché sia nascosta: il documento della Bank of England citato sopra è pubblico, e i canali dell'emissione sono descritti in ogni manuale. È una domanda che semplicemente non viene fatta. Eppure la prima dice quanto salgono i prezzi; la seconda dice a spese di chi.

Per questo il tono giusto, qui, è freddo. Chi sta vicino a una porta spesso non l'ha scelto, come non l'aveva scelto il fornaio dell'isola; e accusare gli abitanti della struttura è il modo più sicuro per non parlare della struttura. Il passo utile è un altro: vista la geometria, cambiano le domande che si fanno. È il passo che manca.

Che cosa cambia saperlo

Arrivati qui, la domanda onesta è: e quindi? Sapere dell'effetto Cantillon non cambia i prezzi, e non regala nessun posto in testa alla fila: quello, per definizione, ce l'ha chi sta alla porta, non chi legge. Cambia però gli occhi, e con gli occhi le domande. Qualche esempio di che cosa si vede di diverso.

Le notizie monetarie, per cominciare. Davanti a un piano di acquisti da centinaia di miliardi, o a un nuovo strumento di sostegno, la domanda non è più soltanto «quanta moneta è?», ma: da quale porta entra, chi la tocca per primo, quali prezzi si muoveranno prima che il viaggio arrivi al paniere. Sono domande a cui le cronache rispondono di rado; i documenti con cui i programmi vengono annunciati, più spesso di quanto si crede. Basta sapere che vanno fatte.

Poi c'è un piccolo enigma quotidiano che si scioglie. «L'inflazione è al due per cento» e «faccio più fatica dell'anno scorso» possono essere veri insieme, senza che nessuno stia mentendo: il primo è una media sull'intero paniere, il secondo è una posizione nella catena. Vale anche al contrario: negli anni in cui l'indice restava fermo e le case rincaravano, l'inflazione non era assente; stava passando da un'altra strada, per prezzi che nel paniere pesano poco.

Terzo: tenere tutto in liquidità è una posizione nella catena, non una non-scelta. Chi lascia i risparmi fermi sul conto sta dove stava la vedova dell'isola: in fondo alla vasca, coi prezzi nuovi in arrivo e le monete di prima. Da qui non segue nessun consiglio su che cosa fare invece, e non è il mestiere di questo post, che dà occhiali, non portafogli. Ma tra il non scegliere e il non sapere di aver scelto la differenza è tutta lì.

Infine, un test da una domanda per le spiegazioni dell'inflazione che si incontrano in giro: se una spiegazione non nomina mai da dove è entrata la moneta, sta raccontando l'arrivo senza il viaggio. Vale per quelle che trattano il rincaro come maltempo, una cosa che càpita; e vale per quelle che cercano solo un colpevole a valle, nell'ultimo anello che ha ritoccato il listino. Il fornaio dell'isola alzava i prezzi per una ragione locale che sapeva spiegare benissimo: fermarsi lì è fermarsi troppo presto.

Un'ultima domanda, ed è quella su cui il post chiude: le porte devono per forza stare dove stanno? Dove stanno non è una legge di natura: è una scelta di architettura. E una scelta, una volta vista, si può discutere.

Riferimenti