«Entropia» compare in contesti lontanissimi, con definizioni che sembrano slegate; in realtà misurano tutte la stessa cosa: quanta informazione manca per conoscere lo stato esatto di un sistema. Il diavoletto di Maxwell è il punto in cui i due mondi si toccano

Mi hanno sempre attratto gli argomenti che toccano la Comprensione, quelli con la C maiuscola: quelli che, mentre li affronti, danno la sensazione che, se riesci a dominarli e a tenerli tutti in testa insieme, foss'anche solo per pochi minuti, ti avvicinino a cogliere un po' di più come funziona il mondo dal punto di vista fisico. (E, a pensarci bene, esistono davvero altri punti di vista che siano in qualche modo "concreti"?)

In alcuni di questi argomenti, a rifletterci, un concetto compare spesso, a vario titolo, in forme che sembrano non avere niente in comune: l'entropia. E la cosa che mi ha sempre affascinato è che, in quei rari momenti in cui qualcosa va davvero a posto in testa, si intuisca che sono tutte la stessa cosa. Le riflessioni che seguono sono, prima di tutto, qualcosa che serve a me per provare a fare ordine.

Da qui in avanti la voce torna impersonale; ma il filo del discorso nasce da quell'intuizione.

1. Il gancio: il diavoletto e il "pasto gratis"

Una sola molecola in una scatola. Un "diavoletto" che la guarda. E, da questo nulla, lavoro utile, apparentemente gratis, apparentemente in barba al secondo principio della termodinamica.

Questa è la versione ridotta all'osso, e ci si arriverà per gradi. La scena originale, quella da cui tutto parte, la immaginò James Clerk Maxwell, ed è più affollata: conviene metterla in piedi con calma, perché il paradosso abita nei dettagli.

Una scatola chiusa, piena di gas, alla stessa temperatura dappertutto. Visto da vicino, un gas è uno sciame di molecole che volano in ogni direzione e rimbalzano tra loro e contro le pareti. Non vanno tutte alla stessa velocità: anche in un gas tiepido e uniforme convivono molecole più veloci e più lente, e quella che chiamiamo temperatura è la misura della loro agitazione media. Caldo vuol dire agitazione media alta, freddo agitazione media bassa. È un punto che tornerà spesso, meglio tenerlo a mente da subito.

Ora si divide la scatola a metà con una parete, e nella parete si apre una porticina minuscola, ideale, senza attrito né peso: aprirla e chiuderla non costa nulla. Alla porticina Maxwell mette un esserino con sensi abbastanza fini da vedere le singole molecole e prevederne l'arrivo. Il suo compito è di una semplicità disarmante: quando da sinistra arriva una molecola veloce, apre e la lascia passare a destra; quando da destra ne arriva una lenta, apre e la lascia passare a sinistra; in tutti gli altri casi tiene chiuso. Non spinge nessuna molecola, non aggiunge energia: sceglie soltanto quando aprire.

Eppure, a furia di scegliere, le veloci si accumulano a destra e le lente a sinistra: la metà destra diventa calda, la sinistra fredda. Da una scatola tiepida e uniforme è comparso un dislivello di temperatura, senza spendere lavoro.

Per capire perché questo è uno scandalo serve il secondo principio della termodinamica, che qui vale la pena dire in due delle sue forme. Prima forma: il calore, lasciato a sé, passa dai corpi caldi ai freddi e mai al contrario; il caffè si raffredda da solo, non capita mai di trovarlo più caldo di prima a spese della stanza. Seconda forma, equivalente: non si può prendere calore da un ambiente a temperatura unica e trasformarlo tutto in lavoro. È per questo che ogni motore termico vive di un dislivello, un lato caldo da cui prende calore e un lato freddo in cui ne scarica una parte: il lavoro si estrae dalla differenza, non dal calore in sé. Se bastasse un'unica temperatura, una nave potrebbe avanzare semplicemente raffreddando l'oceano che attraversa: di energia in giro ce n'è quanta se ne vuole, ma senza un dislivello non è spendibile. (Il registro contabile di questo divieto i fisici lo tengono con una grandezza chiamata entropia; per ora basta il divieto, l'entropia avrà il suo spazio tra poco.)

Ecco lo "scandalo" del diavoletto: il dislivello se lo fabbrica. Da una scatola uniforme tira fuori un lato caldo e uno freddo; a quel punto basterebbe piazzarci in mezzo un motore per ottenere lavoro, lasciare che le temperature si rimescolino e ricominciare. Lavoro dal nulla, per sempre: quello che i fisici chiamano un moto perpetuo di seconda specie.

Prima del verdetto c'è però un'obiezione onesta da togliere di mezzo, perché è la prima che viene in mente: la porticina. Una porta vera ha un peso, un attrito, una presenza fisica; liquidarla come «ideale» non è la vera magia di tutta la scena? La risposta ha due parti. La parte meccanica: la porticina si può pensare come una lastrina che scorre dentro lo spessore della parete. Il gas la preme di piatto, perpendicolarmente allo scorrimento, e una forza perpendicolare allo spostamento non compie lavoro: aprire non significa vincere la pressione del gas. La spinta che la muove, invece, agisce lungo il moto e un lavoro lo compie; ma quel lavoro finisce in velocità della lastrina, non in fumo, e quando la si frena per fermarla torna indietro tutto. Resta solo l'attrito, che a ogni passaggio se ne mangerebbe una parte; ma l'attrito si può ridurre quanto si vuole, e nessuna legge della meccanica gli impone un minimo. Nel limite ideale il conto del ciclo apri-e-chiudi fa zero, ed è la stessa idealizzazione del pistone senza attrito su cui la termodinamica ragiona da sempre. La parte più profonda: il secondo principio non si nasconde dietro le imperfezioni. Se per reggere avesse bisogno dell'attrito, sarebbe una legge sugli ingranaggi fatti male, non sulla natura del calore; il divieto pretende di valere anche per la macchina perfetta. Concedere al diavoletto l'attrezzatura ideale non è barare: è metterlo alla prova nella forma più severa. (E si vedrà tra poco che i fisici, il trucco, andarono a cercarlo davvero anche nella porticina.)

Il paradosso, così, morde davvero: nella scena non resta nessun trucco evidente. Il diavoletto non spinge, non solleva, non scalda: guarda e sceglie. Tutto il meccanismo è fatto di conoscenza e di scelta. Delle due l'una, allora: o il secondo principio ha una falla, o guardare e scegliere hanno un costo fisico che da qualche parte deve comparire nel conto. Anzi, tutta la storia che segue si può leggere così: ogni costo di questa scena si può limare verso lo zero, tranne uno.

Sessant'anni dopo Leó Szilárd ridusse la scena all'osso e la rese quantitativa: via il gas, via lo smistamento; una sola molecola, un bit di conoscenza, un pistone. È la versione spoglia dell'apertura, quella su cui più avanti si farà il conto per intero.

Per un secolo questo paradosso ha tenuto in scacco i fisici. La sua soluzione è una delle idee più profonde del Novecento: l'informazione è fisica, e ha un prezzo esatto. Ma per arrivarci serve prima rispondere a due domande che sembrano non c'entrare nulla tra loro: cos'è l'informazione? e cos'è l'entropia della termodinamica? Il diavoletto sembra essere il punto in cui le due risposte si incontrano.

Un paradosso lungo un secolo

Nato per illustrare, maturato in paradosso.

Vale la pena sapere da dove arriva, perché la sua storia è la stessa fisica raccontata in ordine cronologico: a ogni tappa il "costo" che salva il secondo principio si è spostato.

Maxwell lo concepì nel 1867 (in una lettera a Tait, poi in Theory of Heat, 1871) non come una violazione reale, ma per mostrare che il secondo principio è statistico: vale perché non sappiamo manipolare le singole molecole, non perché una legge meccanica lo imponga. Fu Kelvin, nel 1874, a chiamarlo "demone".

Il problema vero nacque quando ci si chiese: se il demone è lui stesso un sistema fisico, dove finisce la sua entropia? Smoluchowski (1912) mostrò che un demone automatico, una porticina su molla, è battuto dalle proprie fluttuazioni termiche, ma lasciò aperto il caso del demone intelligente. Szilárd (1929) ridusse tutto al motore a una molecola e legò per primo informazione ed entropia, mettendo il costo nella misura; Brillouin, intorno al 1951, rafforzò questa lettura: per vedere la molecola servono fotoni che costano entropia. Questa soluzione resse una trentina d'anni.

Poi il baricentro si spostò un'ultima volta. Rolf Landauer (1961) e Charles Bennett (1982) trovarono la collocazione definitiva del costo, e non era dove lo si era cercato per trent'anni: non nella misura, ma in un altro punto del ciclo. Dove esattamente, e perché il conto non si possa eludere, si vedrà più avanti, col motore sotto gli occhi. È la risoluzione che vale ancora oggi, confermata in laboratorio nel 2012 misurando su un singolo bit il calore che Landauer aveva previsto.

Quindi, è nato come paradosso? Sì e no. Per Maxwell era un'illustrazione, e la soluzione (il carattere statistico della legge) era già implicita nella formulazione. Diventò un paradosso autentico solo pretendendo una contabilità che includesse il demone stesso, e quella richiese un secolo e un'idea che Maxwell non aveva: l'informazione è fisica. Le parole che seguono provano a ricostruire quell'idea dal principio.

2. Cos'è l'informazione: l'entropia di Shannon

In teoria dell'informazione l'entropia misura la quantità di informazione o, che è lo stesso, l'incertezza.

Il punto di partenza: dato un insieme di messaggi (o eventi) con le loro probabilità, l'informazione che si ricava leggendo un certo messaggio è tanto maggiore quanto più quel messaggio era improbabile. Un esito scontato non informa; uno inatteso sì. Al limite, una sorgente che può emettere un solo messaggio non porta alcuna incertezza: leggerlo non aggiunge nulla.

Spostando lo sguardo dal singolo messaggio alla sorgente nel suo insieme: più sono i messaggi possibili, e più in media sono improbabili, più l'entropia della sorgente è grande. Il massimo si raggiunge quando gli N messaggi sono tutti equiprobabili, la situazione di massima incertezza e quindi di massima informazione media.

L'entropia di una sorgente, che si misura in bit, è allora la media pesata dell'informazione portata da ciascun messaggio.

In fondo, l'entropia di Shannon risponde a una domanda sola: quanta informazione manca per conoscere lo stato esatto del sistema? Qui lo «stato esatto» è quale messaggio sia stato emesso, e l'entropia ne misura l'ignoranza media. Conviene fissare questa domanda: tornerà identica, posta a un sistema fisico.

Formalizzando matematicamente: per una sorgente X in cui la probabilità dell'occorrenza di un messaggio non dipende dai messaggi già generati, e che può produrre N messaggi diversi {X₁, X₂, …, X_N} ciascuno con probabilità p(Xᵢ), l'entropia H ad essa associata è:

H(X) = − Σ(i=1..N) p(Xᵢ) · log₂ p(Xᵢ)

I casi limite chiudono il cerchio con le osservazioni di partenza. Con N messaggi equiprobabili (p = 1/N) l'entropia tocca il massimo, H = log₂ N: una moneta onesta vale esattamente 1 bit. Non a caso: il bit è l'incertezza di una scelta secca tra due alternative (log₂ 2 = 1), ed è questo a fissare la base 2 del logaritmo; il ln2 che comparirà più avanti è solo il prezzo del cambio di base. Un dado a sei facce vale log₂ 6 ≈ 2,58 bit. All'estremo opposto, un solo esito certo (p = 1) dà H = 0: nessuna incertezza, nessuna informazione.

Significato operativo. L'entropia H non è solo una formula: per il teorema della codifica di sorgente di Shannon è il limite di compressione senza perdita. In media non si può rappresentare quei messaggi con meno di H bit. Questo dà al "bit" un senso concreto, ed è proprio l'unità che il diavoletto scriverà e cancellerà.

3. Cos'è l'entropia in fisica: Boltzmann e Gibbs

L'altra entropia nasce in un mondo che sembra non avere niente a che fare con i messaggi: il calore, i gas, il brulichio delle molecole. Entra in scena con Clausius, a metà Ottocento, come pura contabilità del calore: il calore scambiato diviso la temperatura a cui avviene lo scambio (da qui le sue unità, Joule su Kelvin). Che cosa quel rapporto stesse davvero contando lo dissero poi Boltzmann e Gibbs:

  • Boltzmann: S = k · ln W, dove W è il numero di microstati (le configurazioni microscopiche di molecole, posizioni, velocità) compatibili con lo stato macroscopico osservato. Più microstati possibili, meno sappiamo dello stato esatto.
  • Gibbs (forma generale): S = − k · Σ pᵢ · ln pᵢ.

Chi le scrisse non pensava ai messaggi: la termodinamica contava il calore dei gas decenni prima che Shannon contasse i bit di un messaggio. Eppure è la stessa equazione, a meno della costante k e della base del logaritmo. E una somiglianza esatta, non vaga, è già l'indizio che stiano misurando la stessa cosa. Con microstati equiprobabili (pᵢ = 1/W) Gibbs si riduce a Boltzmann S = k ln W, esattamente come Shannon dà log₂ N con messaggi equiprobabili. Entrambe rispondono alla stessa domanda, la stessa di prima, ora posta alle molecole: quanta informazione manca per conoscere lo stato esatto del sistema?

E coincidono perfino nel caso limite. Un cristallo perfetto allo zero assoluto ha, idealmente, un solo microstato possibile: W = 1, quindi S = k·ln 1 = 0. È il contenuto del terzo principio della termodinamica, ed è lo stesso zero della sorgente con un solo messaggio certo: quando dello stato esatto non manca niente, l'entropia è zero, in entrambi i mondi e per la stessa ragione.

4. Sono la stessa grandezza: Landauer, il tasso di cambio

Due formule identiche in unità diverse (bit da una parte, Joule su Kelvin dall'altra) suggeriscono che sia la stessa grandezza. Il principio di Landauer (1961) lo rende quantitativo:

1 bit ↔ k·ln2 di entropia termodinamica
a temperatura ambiente:  k·T·ln2 ≈ 3×10⁻²¹ J di energia

Cancellare un bit dalla memoria fa ricomparire almeno k·ln2 di entropia termodinamica nell'ambiente, come calore: il secondo principio non lascia diminuire l'entropia totale. L'uguaglianza vale nel caso ideale; una memoria reale dissipa di più.

Fin qui, però, l'equivalenza vive sulla carta: è un fattore che converte bit in joule, e nulla vieta di sospettare che sia solo una coincidenza di unità di misura. Ma un tasso di cambio si dimostra soltanto spendendolo. È esattamente ciò che fa il diavoletto.

5. Il diavoletto come congiunzione: il motore di Szilárd

Qui i due mondi si toccano: il bit di Shannon diventa lavoro fisico, e la sua cancellazione paga il conto in calore. Il diavoletto è l'esperimento che rende letterale, non analogico, il tasso di cambio di Landauer.

5a. Il ciclo

Condizione di partenza, da non dare per scontata: la scatola è a temperatura costante T, a contatto termico con l'ambiente. È un singolo serbatoio di calore: perché questo sia decisivo si chiarisce poco più avanti.

1. Scatola (a contatto termico con l'ambiente, temperatura T) con UNA molecola.
2. Si inserisce un setto a metà: la molecola resta in una metà. Costo ~0.
3. Il diavoletto MISURA da che parte sta → acquisisce 1 bit (lo annota).
4. Sapendo il lato, vincola il setto a muoversi solo verso la metà VUOTA e
   ci aggancia un carico: la molecola, rimbalzando, spinge il pistone.
   Espansione isoterma da V/2 a V → lavoro estratto = k·T·ln2.
5. Per ricominciare, la memoria va riportata allo stato standard:
   CANCELLAZIONE del bit → costa k·T·ln2 (Landauer).
   Conto netto: zero.

5b. Come il bit diventa lavoro (il pistone), e da dove viene l'energia

Una singola molecola che rimbalza esercita comunque una pressione: in media P·V = k·T, è un "gas ideale" da una particella. Se la lasci spingere un pistone, compie lavoro. Il problema è la direzione: la molecola spinge a caso, e senza sapere dov'è non sai da che lato raccogliere il lavoro.

  • Lavoro di un'espansione isoterma da V/2 a V: W = k·T · ln(V / (V/2)) = k·T·ln2.
  • Da dove viene quell'energia? Dall'ambiente, come calore. L'espansione è isoterma: la molecola non si raffredda, assorbe k·T·ln2 dal serbatoio di calore e lo converte tutto in lavoro.

Il ruolo del bit: senza conoscere il lato, metà delle volte agganci il carico nel verso giusto (+k·T·ln2), metà nel verso sbagliato (−k·T·ln2): media netta zero. Conoscere il bit ti fa scegliere sempre la configurazione vincente. L'informazione è ciò che raddrizza il moto termico casuale in lavoro orientato (è un "rettificatore" del rumore termico).

Perché un solo serbatoio (e perché conta). Una macchina termica ordinaria (Carnot) estrae lavoro da un salto di temperatura (serbatoio caldo + freddo); il secondo principio (enunciato di Kelvin) vieta di estrarlo da un solo serbatoio in un ciclo. Il motore di Szilárd ha un solo serbatoio, eppure estrae k·T·ln2. Come? Al posto del serbatoio freddo c'è il bit. L'informazione svolge il ruolo termodinamico della seconda sorgente: una risorsa intercambiabile con un dislivello termico.

Due livelli da non confondere. - Energia (primo principio): i k·T·ln2 di lavoro li fornisce il serbatoio, come calore. Non escono dal bit. L'energia si conserva. - Possibilità (secondo principio): è l'informazione a rendere possibile convertire integralmente quel calore in lavoro, cosa altrimenti vietata da una sola sorgente.

"Il lavoro viene dall'informazione" è corretto se inteso come "abilitato / pagato con l'informazione", non come "i Joule escono dal bit".

5c. La cancellazione: perché il conto torna a zero

Prima, la distinzione che regge tutto il passaggio: il motore (la molecola nella scatola, la sostanza di lavoro) e la memoria del diavoletto (il "taccuino" dove sta scritto il bit) sono due oggetti diversi. Il bit non è la molecola del motore; cancellare vuol dire riportare il taccuino a foglio bianco, senza toccare il motore.

La memoria, a sua volta, è un sistema fisico bistabile; il modello minimo è un'altra molecola-in-scatola (sinistra = "0", destra = "1"). Cancellare non è "leggere e annullare": è riportare il registro a uno stato standard fisso, qualunque fosse il contenuto, con un'unica procedura che non guarda il valore. È un'operazione molti-a-uno (0 e 1 → 0): è questa irreversibilità logica a costare.

Procedura materiale (reset a "0"):

A. Togli il setto: le due possibilità si fondono, la molecola vaga in tutto V.
   Il registro non ricorda più dove stava: l'informazione, qui, è andata.
B. Comprimi isotermicamente da V a V/2, spingendo la molecola nella metà "0".
   Richiede lavoro k·T·ln2 ed ESPELLE k·T·ln2 di calore nell'ambiente.
C. Rimetti il setto: la molecola è di sicuro nella metà "0", comunque fosse
   partita. Registro azzerato.

Il calore espulso in (B) è il costo di Landauer. E l'informazione cancellata finisce esattamente lì: ricompare come disordine (calore) nell'ambiente.

La simmetria che chiude il paradosso. Estrazione e cancellazione sono lo stesso processo isotermo nei due versi opposti. Ecco perché "il conto torna a zero" non è un atto di fede: la cancellazione è l'inverso energetico dell'estrazione.

Estrazione di lavoro (il motore) espansione isoterma V/2 → V molecola V/2 V calore k·T·ln2 lavoro k·T·ln2 carico Cancellazione (la memoria) compressione isoterma V → V/2 0 1 molecola V/2 V calore k·T·ln2 ambiente a temperatura T
Il ciclo intero: l'ambiente cede calore al motore, il motore lo converte in lavoro sollevando un carico, il reset della memoria spende quel lavoro e restituisce lo stesso calore all'ambiente. Conto netto: zero. Le due scene sono fotografate a processo compiuto: il tratteggio segna le posizioni di partenza (per la molecola della memoria, una qualunque delle due metà). La scrittura del bit (la misura) non ha frecce: è una copia su registro vuoto, gratis.

Misura ≠ cancellazione (Bennett, 1982). Per decenni si è creduto che il costo fosse nella misura (Szilárd, Brillouin). Bennett ha mostrato che la misura può in linea di principio essere reversibile e gratis (è una copia in un registro vuoto). È la cancellazione a essere inevitabilmente dissipativa, perché comprime alla cieca due stati in uno. Il costo termodinamico vive lì.

"Cancellare ora" o "consumare memoria già vuota". Perché il diavoletto deve cancellare? Perché la memoria è finita: per la misura successiva serve un registro a stato noto. Potrebbe evitarlo solo scrivendo su una cella vergine ogni volta, ma la memoria vuota e ordinata è essa stessa una risorsa a bassa entropia, preparata da qualcuno pagando prima. Cancelli ora o consumi ordine già fatto: il pasto gratis non c'è comunque.

6. Cosa ne segue: l'informazione è fisica

Il giro è completo. L'entropia di Shannon, l'incertezza media di una sorgente di messaggi, e l'entropia di Boltzmann e Gibbs, il calore diviso la temperatura di un gas, rispondevano alla stessa domanda (quanta informazione manca per conoscere lo stato esatto del sistema?), l'una contando i messaggi, l'altra i microstati. Non erano due cose simili: erano la stessa cosa, scritta in unità diverse. Il principio di Landauer ne ha dato il tasso di cambio (k·ln2), e il motore di Szilárd lo ha mostrato in atto: un bit, nelle mani del diavoletto, diventa lavoro; cancellarlo scalda l'ambiente di una quantità esatta.

Da qui la frase che riassume tutto, e che si deve a Rolf Landauer: l'informazione è fisica. Non è un'astrazione che vive fuori dal mondo: ha un prezzo (k·T·ln2 per bit), una collocazione (un sistema fisico che la registra) e un peso (l'entropia che porta con sé). Un bit cancellato non svanisce, riappare come disordine nell'ambiente. Le due entropie sono una moneta sola, contata in due mondi diversi.

C'è infine un corollario che rovescia l'intuizione su dove viva il costo del calcolo. Se il prezzo lo paga soltanto la cancellazione, un calcolo che non cancella nulla può, in linea di principio, non dissipare nulla. Bennett (1973) mostrò che è sempre possibile riorganizzare un calcolo in passi logicamente reversibili, che non fondono mai due stati in uno: si conservano i passaggi intermedi, si copia il risultato su un registro vuoto (una copia: gratis, come la misura del diavoletto) e si ripercorre il tutto all'indietro, riportando ogni cosa allo stato di partenza senza mai comprimere alla cieca. È il calcolo reversibile: un confine oggi remoto, ma il punto concettuale è netto. Il limite di Landauer non è un pedaggio sul calcolare: è un pedaggio sul dimenticare.

7. Un'apertura: l'entropia che cresce (verso il limite centrale)

Resta un secondo volto dell'entropia, affiorato lungo tutte queste riflessioni senza mai prendersi la scena: non solo quanto vale, ma verso dove tende. Il paradosso del diavoletto esisteva proprio perché l'entropia totale non può diminuire: è il secondo principio della termodinamica, cioè l'entropia nel suo ruolo più celebre, la freccia del tempo, la sola legge del mondo macroscopico che distingue il prima dal dopo. E questo volto si spinge ben oltre il calore.

Anche nella pura probabilità l'entropia tende a crescere fino a un massimo. È il teorema del limite centrale, letto con gli occhi dell'informazione: sommando tante copie indipendenti di una stessa variabile, e riportando ogni volta la somma alla stessa scala, la distribuzione scivola verso la gaussiana, che è precisamente la distribuzione di massima entropia a varianza fissata. L'entropia sale finché non raggiunge il massimo compatibile con i vincoli. Il secondo principio riaffiora dove non te lo aspetteresti, nella matematica, lontano da ogni gas.

Ma questa è un'altra storia, e merita un discorso a sé.

Vedi anche. Per un'applicazione concreta del prezzo dell'informazione, il costo energetico di un modello linguistico.

Riferimenti

  • J. C. Maxwell, lettera a P. G. Tait dell'11 dicembre 1867 (la prima apparizione del diavoletto); poi in Theory of Heat, Longmans, Green & Co., 1871, cap. XXII, sezione «Limitation of the Second Law of Thermodynamics».
  • W. Thomson (Lord Kelvin), Kinetic Theory of the Dissipation of Energy, Nature 9, 1874 (il battesimo del «demone»): doi.org/10.1038/009441c0
  • M. Smoluchowski, Experimentell nachweisbare, der üblichen Thermodynamik widersprechende Molekularphänomene, Physikalische Zeitschrift 13, 1912 (il demone automatico battuto dalle proprie fluttuazioni).
  • L. Szilárd, Über die Entropieverminderung in einem thermodynamischen System bei Eingriffen intelligenter Wesen, Zeitschrift für Physik 53, 1929 (il motore a una molecola): doi.org/10.1007/BF01341281
  • C. E. Shannon, A Mathematical Theory of Communication, Bell System Technical Journal 27, 1948 (l'entropia dell'informazione e la codifica di sorgente): doi.org/10.1002/j.1538-7305.1948.tb01338.x
  • L. Brillouin, Maxwell's Demon Cannot Operate: Information and Entropy. I, Journal of Applied Physics 22, 1951 (il costo messo nella misura): doi.org/10.1063/1.1699951
  • R. Landauer, Irreversibility and Heat Generation in the Computing Process, IBM Journal of Research and Development 5(3), 1961: doi.org/10.1147/rd.53.0183
  • C. H. Bennett, Logical Reversibility of Computation, IBM Journal of Research and Development 17(6), 1973 (il calcolo riorganizzato in passi reversibili): doi.org/10.1147/rd.176.0525
  • C. H. Bennett, The Thermodynamics of Computation—a Review, International Journal of Theoretical Physics 21, 1982 (misura reversibile, il costo nel reset): doi.org/10.1007/BF02084158
  • R. Landauer, Information is Physical, Physics Today 44(5), 1991 (la frase che riassume tutto): doi.org/10.1063/1.881299
  • S. Toyabe et al., Experimental demonstration of information-to-energy conversion and validation of the generalized Jarzynski equality, Nature Physics 6, 2010 (un motore di Szilárd realizzato in laboratorio): doi.org/10.1038/nphys1821
  • A. Bérut et al., Experimental verification of Landauer's principle linking information and thermodynamics, Nature 483, 2012 (il calore di Landauer misurato sulla cancellazione di un bit): doi.org/10.1038/nature10872
  • A. R. Barron, Entropy and the Central Limit Theorem, Annals of Probability 14(1), 1986 (la convergenza del limite centrale letta in entropia): doi.org/10.1214/aop/1176992632
  • S. Artstein, K. Ball, F. Barthe, A. Naor, Solution of Shannon's Problem on the Monotonicity of Entropy, Journal of the American Mathematical Society 17, 2004 (l'entropia della somma cresce a ogni passo): doi.org/10.1090/S0894-0347-04-00459-X